In generale, la lettura è risultata noiosa, lenta e prevedibile, con molti dettagli – fra tutti gli incontri fortunati di persone e cose e il finale – inverosimili e quindi avvertiti da noi lettrici e lettori contemporanei come ridondanti, triti, esagerati, al limite dell’assurdo. Questa riflessione ha però avuto il merito di portare a galla e dare credito al fatto che si tratti della scrittura privata di una donna nata schiava e quindi senza strumenti letterari ed artistici, se non quelli precari come la conquista di un’alfabetizzazione faticosa – e che la mette in continuo pericolo di vita – e quella di una volontà di riflettere sulla propria vita e la propria condizione anch’essa raggiunta da autodidatta e in situazioni estreme e per noi inimmaginabili. Per questi motivi forse, per alcuni la lettura è parsa troppo superficiale, soprattutto nelle parti più introspettive e nella descrizione della propria ed altrui sofferenza, ma anche negli snodi narrativi spesso troppo inverosimili e figli di uno stile narrativo ottocentesco votato all’eccesso e per noi ormai parodico. Interessante la riflessione sulla religione come controllo e come consolazione e speranza allo stesso tempo, una compagna di vita che inibisce, spesso in modo violento, ma che è capace anche di donare speranza e rimettere al centro se stessi e la propria sopravvivenza in situazioni disperate e dolorose. Inoltre è stato messo in evidenza come anche nella comunità degli schiavi vi fosse una sorta di gerarchia interna che non permetteva alla comunità di diventare ed essere coesa per magari portare ad un’unione di intenti che avrebbe potuto sfociare in qualche forma di ribellione organizzata o quantomeno nella richiesta di migliori condizioni di vita. In realtà, nel racconto non si salva quasi nessuno, di certo non i padroni bianchi – schiavisti ignoranti votati solo al guadagno, al potere e alla violenza oppressiva – e le loro mogli – capricciose, pettegole, attente solo alla ricchezza e all’opulenza – ma neanche tutta una serie di personaggi della comunità degli schiavi, ma, con pieno spirito cristiano e retorico, anche qui esistono persone capaci di gesti di bontà e solidarietà, gesti che permetteranno ad Hannah di vedere una fioca luce in fondo al tunnel tragico della propria esistenza. Se il romanzo non è particolarmente piaciuto, di sicuro abbiamo avvertito in pieno il suo valore simbolico: una sentita testimonianza di quel periodo buio della storia statunitense, ancora più significativa se si pensa che è stata scritta da una donna, diretta testimone e vittima, ed è stata scoperta solo poco più di vent’anni fa entrando di diritto nella tradizione narrativa statunitense dell’ottocento e nella storia della letteratura afroamericana.



