Il libro non ha suscitato grandi entusiasmi nel gruppo, che lo ha definito su per giù “noioso, banale, telefonato” e ne ha patito l’irrilevanza del tema.
La discussione è partita proprio da questo secondo aspetto, cercando di capire perché invece la scrittrice ne abbia fatto il centro della sua attenzione narrativa. Il supermercato per Ernaux è un luogo della quotidianità a cui nessuna si sottrae (usiamo qui il femminile non a caso, essendo la spesa un’attività oggi marcatamente di genere) e che quindi può offrire, attraverso i suoi riti, tempi e spazi, una prospettiva inedita sul nostro modo di rispondere ad alcuni bisogni primari e di interagire con gli altri, sia nella estemporanea relazione tra individui sia nella più ampia condivisione di regole di comportamento tra individui e collettività.
Per cercare di sintonizzarci con questa visione, abbiamo provato a pensare e raccontare come viviamo noi l’esperienza della spesa al supermercato e a soffermarci su un’attività che svolgiamo spesso con il pilota automatico attivato.
Abbiamo inoltre colto l’occasione per fare una rapida cronistoria dell’arrivo dei supermercati in Italia ma soprattutto a Settimo, per capire quando è iniziata questa abitudine di spesa, quanto sia ormai diventata una parte obbligata della nostra vita, quanto l’abbondanza di offerta, un tempo percepita come piacere, sia oggi perlopiù vissuta come un’ennesima corvée lavorativa. Inoltre è stato fatto notare come dal 2013, anno di pubblicazione del libro, e oggi, la spesa si sia spostata sempre più verso modalità digitali, che rendono il testo un po’ datato.
D’altro canto abbiamo notato come, pur essendo un luogo tanto consueto, raramente lo troviamo narrato: al cinema le lunghe corsie colme di merci e i banchi frigo sono uno scenario abbastanza comune, ma i nostri riferimenti nell’ambito del romanzo sono scarsi: siamo dovuti tornare a Calvino con “Marcovaldo al supermarket” del 1963, per poi ricordare qualche cenno in Rumore bianco di Don Delillo (1985) e le scene di furto in Trainspotting (libro di Irvine Welsh del 1993 e film di Danny Boyle del 1996); niente di molto mainstream.
Possiamo dunque concludere che, se non altro, Ernaux porta alla nostra attenzione un luogo poco indagato, la più classica delle evidenze nascoste sotto gli occhi di tutti.
Il fatto che la stessa Ernaux nel prologo parli di “questi cosidetti nonluoghi”, usando un termine tipico dell’etnografia applicata al nostro mondo ed entrato nel lessico comune grazie a Marc Augé, ci ha aiutato a capire che il metodo usato per questo libro è proprio di quella disciplina, a partire dall’uso del taccuino. Il mandato è guardare tutto come per la prima volta, senza calare modelli preconfezionati su una materia informe e ignota, cercandone ricorrenze e schemi. Ecco dunque le osservazioni su come cambia la popolazione in rapporto agli orari della giornata, sui prodotti di marca e discount e chi li compra, sulla stagionalità di alcune offerte. Quest’ultimo aspetto va poi ad agganciarsi all’ansia anticipatoria dell’offerta merceologica, per cui il giorno dopo Capodanno si tirano fuori le maschere del Carnevale e le Barbie così ambite e messe in evidenza per Natale tornano a essere pezzi di plastica colorati. La chiara natura capitalistica del supermercato, e la nostra adesione ai suoi riti in veste di consumatori, viene esplicitata semplicemente attraverso l’analisi delle componenti materiali e umane di questa esperienza.
Non c’è una critica esplicita al sistema, sebbene si percepisca un’insofferenza verso la disumanizzazione del processo di acquisto e la trasformazione della contrattazione (oramai solo simbolica) tra chi vende e chi compra in un mero processo di scambio di denari; vedi la tessera soci resa inservibile e il boicottaggio delle casse automatiche.
Ernaux non giudica, mostra. Non si sostituisce mai al lettore – e questa è una delle difficoltà affrontate da chi la legge. Siamo continuamente sollecitati a fare la nostra parte, mettendo del nostro – esperienze, pensieri, storie. Solo così l’autobiografia scarnificata della scrittrice diventa Storia condivisa.
Il libro è inoltre disseminato di puntuali osservazioni sulla qualità del nostro sguardo – per esempio la descrizione di una donna che fa la spesa e la questione del colore della pelle – che possono introdurci alle domande che Ernaux si pone quando scrive, introducendoci un po’ al suo metodo di scrittura. Sono infatti le parole precise, che chirurgicamente spolpano le esperienze di tutta la superfetazioni per arrivare all’osso, la qualità più singolare e tipica di Ernaux. Tra le motivazioni al Nobel per la letteratura si legge “per il coraggio e l’acutezza clinica con cui svela le radici, gli estraniamenti e i vincoli collettivi della memoria personale”
L’incontro si è chiuso con qualche suggerimento da parte chi ha letto altri, e più citati, volumi dell’Ernaux, a chi del gruppo volesse darle una seconda possibilità.
Come sempre, ringraziamo l’impavido gruppetto di lettori che ha accolto la sfida di confrontarsi con libri unici della contemporaneità e ha affrontato oltretutto temperature tropicali per discuterne insieme.