Il romanzo racconta la storia di una protagonista senza nome che, ferita ed esausta della vita cittadina, sceglie di ritirarsi in una baita in montagna.
Questo isolamento non lo leggiamo come una semplice fuga dalla realtà, ma piuttosto come un vero e proprio travaglio interiore e una dolorosa terapia d’urto per affrontarSI.
Abbiamo sottolineato come il senso profondo di questo anno trascorso in montagna risieda nell’imparare a “Essere”.
Il percorso della protagonista consiste nello spogliarsi delle dinamiche dell’”apparire” e del “fare” tipiche della società contemporanea per accedere a un’esistenza essenziale e primaria e smettere di “essere in Attesa”
Attraverso i gesti semplici e faticosi della vita quotidiana e l’osservazione dei tempi lenti e ciclici delle stagioni, la donna apprende dagli alberi (Natura) la capacità di radicarsi, stare nel presente e attraversare il proprio inverno interiore in attesa del disgelo.
Nel confronto abbiamo approfondito il valore simbolico ed empatico che assumono le figure animali presenti sul Monte, viste come veri e propri specchi della psiche della protagonista. Abbiamo riscontrato come La Volpe timorosa e guardinga incarni la graduale riconquista della fiducia e il superamento della diffidenza; come Il Gufo reale rappresenti la saggezza del silenzio e la capacità di abitare l’ombra senza timore; e come Il Cane le permetta di riattivare il calore, la fedeltà, il bisogno di prendersi cura di un altro essere vivente e il desiderio di condividere con l’altro.
Accanto alle presenze animali, abbiamo attribuito un peso centrale al rapporto con Lo Straniero e al lavoro catartico di piantumazione sul versante nord della montagna. Abbiamo riflettuto su come questo versante freddo e in ombra rappresenti la parte più ferita e sterile della donna, e su come l’atto di piantare nuovi abeti sia la metafora di un’azione generativa: un gesto di cura che richiede pazienza e che segna il passaggio dal dolore ripiegato su se stesso a una nuova responsabilità verso il futuro di sé, del Monte e della natura, portando la protagonista a ridare vita al proprio deserto interiore.
Insieme allo Straniero, un ruolo fondamentale è svolto dalle altre figure femminili che popolano il Monte. La Guaritrice, La Rossa e La Benefattrice non sono semplici personaggi di contorno, ma rappresentano i diversi volti di una solidarietà discreta e profonda. Pur nelle loro peculiarità, queste donne incarnano forme differenti di accoglienza e ascolto: la Guaritrice con la saggezza muta di chi comprende il linguaggio delle piante e sa far nascere la vita; la Rossa con il calore e la concretezza di chi offre uno spazio di comunità; e la Benefattrice con il nutrimento fisico ed emotivo. Abbiamo riflettuto su come queste presenze, mai invadenti, insegnino alla protagonista che la solitudine non significa isolamento totale, e su come sia possibile ritrovare fiducia negli altri attraverso un’alleanza silenziosa che vegliano l’una sull’altra.
Infine, sul piano stilistico e narrativo, abbiamo analizzato la scelta di Marone di abbandonare il suo consueto registro ironico per abbracciare una prosa lirica, evocativa e priva di coordinate anagrafiche, così come di un’indagine psicologica approfondita.
Nel gruppo si è aperto un vivace confronto su questo aspetto: secondo alcune di noi l’autore avrebbe dovuto dirci di più, risultando più diretto ed esplicito per farci comprendere appieno la protagonista; secondo altre, invece, la scelta di rimanere in superficie e non svelare le cause specifiche del dolore non è casuale né penalizzante. Nel nostro dibattito è emerso come l’aspetto fondamentale non sia conoscere la cronaca del passato o il “perché” della sofferenza, quanto piuttosto la piena consapevolezza di questo stato da cui parte il cammino di rinascita, lasciando uno spazio vuoto in cui ogni lettore può rispecchiarsi.
Ugualmente dibattuta è stata la scrittura stessa, ricca di metafore, fitta aggettivazione e continue descrizioni paesaggistiche: un registro stilistico concepito forse per riprodurre il ritmo circolare del bosco e il continuo rimuginio interiore della donna. E proprio in questo abbiamo riscontrato un paradosso di fondo che ha quasi creato uno “scontro” di visioni. Se da un lato la narrazione intende celebrare il silenzio, la sobrietà e la spogliazione del superfluo, dall’altro lo stile sovraccarico rischia, per alcune di noi, di andare nella direzione opposta, risultando ridondante e togliendo respiro e spontaneità al travaglio della protagonista. Per altre, al contrario, questo tono lirico e la ricchezza floristica sono apparsi leggeri, necessari e pienamente coerenti: La descrizione così ricca, fitta e quasi ossessiva della flora e dell’ambiente boschivo e montano non è un semplice esercizio di stile, ma è lo strumento fondamentale attraverso cui la protagonista impara a Essere.
In conclusione, “La donna degli alberi” si è rivelato per il nostro gruppo un libro capace di dividere ed emozionare, dimostrando che la vera bellezza di una lettura condivisa risiede proprio nella capacità del testo di far fiorire interpretazioni diverse: c’è chi ha trovato conforto nella sua sovrabbondanza poetica e chi nella forza essenziale del suo messaggio. Ne usciamo con la certezza che, proprio come la montagna al disgelo, anche dentro ciascuno di noi custodiamo la possibilità e la forza per una piccola, intima rivoluzione.



