Archileggiamo | La linea d’ombra
Recensione
A ottobre per la rassegna “Biblioteca Archimede is Spooky” per il gruppo di lettura | La linea d’ombra abbiamo letto un nuovo classico dell’horror: Shining. Il romanzo letto da metà del gruppo e che ha incuriosito l’altra metà, ha sorpreso per essere più profondo e ricco di quanto ci aspettavamo. I temi che scandaglia sono diversi: traumi inesplorati in famiglia, che possono avere come corollario la violenza di genere e il rapporto disfunzionale con i propri genitori, il senso di responsabilità, l’ambizione personale, la mente che vacilla e anche ovviamente il paranormale (che però pare essere un di più, seppur molto presente).
Prima di tutto, è stato inevitabile il confronto con il film di Kubrick del 1980, che ha creato delle aspettative nella lettura, che sono state disattese, anche se non in modo negativo. Infatti, molte delle scene iconiche del prodotto filmico non sono in realtà presenti nel libro e viceversa: vedi la scena delle gemelle o Danny con il triciclo. Laddove il film carica maggiormente l’atmosfera inquietante e mostra la caduta di Jack nella follia velocemente, il libro esplora i pensieri, si sofferma su di essi e su un passato che pare ossessionare i personaggi.
Soprattutto il più sacrificato dal film pare essere Danny, il figlio di Jack e Wendy, che possiede il dono (o maledizione?) dell’aura o luccicanza (a seconda delle traduzioni). Il bambino nel libro è il vero protagonista e ripercorriamo la storia attraverso i suoi occhi, le sue predizioni, le sue ansie e i suoi pensieri (spesso troppo da adulti, rispetto alla sua tenera età di 6 anni). Ci ha colpito soprattutto il contrasto tra la sua condizione di bambino, che avrebbe bisogno di protezione e la necessità di confrontarsi con adulti spesso incapaci di prendere decisioni e di autoanalizzarsi, lasciando nel lettore un senso di frustrazione pari a quello del bambino.

Danny rimase immobile. Non aveva scampo. Non poteva sfuggire all’Overlook. Se ne rese conto all’improvviso, con dolorosa lucidità. Per la prima volta in vita sua conobbe un pensiero da adulto, un sentimento da adulto, l’essenza delle esperienze fatte in quel brutto posto: un distillato di dolore. (La mamma e il papà non possono aiutarmi e sono solo.)

Su questo aspetto ci siamo soffermati molto, sul rapporto tra Danny e i suoi genitori, su come spesso i bambini percepiscano molto di più di quanto i genitori pensano di comunicare (aura/luccicanza o sensibilità acuta?): Jack e Wendy prima di arrivare all’Overlook Hotel passano una crisi e sebbene nessuno dei due proferisca parola sul divorzio, Danny lo sente che aleggia nell’aria (perché legge nei loro pensieri e/o perché è più attento agli atteggiamenti dei genitori che non riescono a camuffare bene le loro preoccupazioni che inevitabilmente ricadono sul figlio).
Ma gli adulti erano sempre in agitazione: ogni possibile azione complicata dal pensiero delle conseguenze, dal dubbio, dall'immagine di sé, da sentimenti d'amore e di responsabilità. Sembrava che ogni possibile scelta presentasse certi inconvenienti, e a volte Danny non capiva perché gli inconvenienti fossero tali. Era molto difficile.
Il rapporto genitori-figli non passa solo attraversa Danny, ma anche al rapporto disfunzionale che ha instaurato Wendy con sua madre (da cui cerca di stare lontana) e Jack con suo padre.
A questo punto, viene fuori un altro tema; infatti, Jack ripercorrerà un passato violento in cui il padre sovrastava la madre, fino all’apice in cui picchierà la madre fino a quasi la morte. Se inizialmente, Jack inorridisce al pensiero di questo fatto, da un certo punto in poi inizia a giustificarlo, come giustifica sé in un continuo percorso di deresponsabilizzazione (e sarà la parola infatti responsabilità a tornare nella lettura più volte).
"Trovo triste, ma vero, il fatto che le donne raramente comprendano quali siano le responsabilità di un padre nei confronti dei figli. Mariti e padri hanno precise responsabilità, non le pare, signore?" [...] Adesso vedeva chiaro. Era stato troppo malleabile con loro. Mariti e padri hanno precise responsabilità. Papà-sa-sempre-quel-che-si-deve fare. Loro non capivano. La cosa in sé non era un delitto, ma loro non volevano capire. Di regola lui non era un uomo rigido, però credeva nell'effetto del castigo.
Gli errori dei padri ricadono sui figli, no? Così Jack quella violenza di genere la ripresenta verbalmente e fisicamente nei confronti di Wendy, senza che la penna di King la rimarchi troppo in modo didascalico, succede in modo “così naturale” da rendere le scene molto impattanti nella lettura. Da un certo punto di vista, sembra che Jack usi scuse pretestuose per legittimarsi, per un bisogno fisiologico di essere coerenti con noi stessi, per ristabilire un equilibrio e questa forma di controllo spesso si manifesta nel “banale” e sempre attuale meccanismo patriarcale.
Jack è un uomo segnato da un passato difficile che porta come carico:  il problema dell’alcolismo, un licenziamento, una profonda instabilità emotiva e molto non detto. Il trauma può contribuire a spiegare determinati comportamenti, ma fino a che punto può giustificarli? Il passato di Jack permette di comprenderne alcune fragilità, senza tuttavia cancellare la responsabilità che ha nei confronti della sua famiglia. Non possiamo non contraddirci parlando di lui, perché lo stesso personaggio da un lato si deresponsabilizza mostrando un forte ego che mette prima di ogni altra cosa (al punto da mettersi quasi in competizione con il figlio, pensando che la casa voglia prendere il possesso di lui e non suo figlio, come fosse una ricompensa e pensando di avere un ruolo di potere esercitando la punizione esemplare verso i suoi famigliari), dall’altra sembra autosabotarsi (quasi a desiderare lui stesso di essere punito). Il castigo così sembra diventare un tema centrale, tanto che l’espressione “dare la purga” ricorrerà spesso dalla bocca di Jack.
L’altro aspetto che è stato notato deriva dalle emozioni che la lettura ha procurato: non tanto spavento e paura, quanto angoscia; la viviamo insieme a Danny principalmente e insieme alla sua frustrazione nel non sapere cosa poter fare, la viviamo insieme a Wendy che cerca di salvare suo figlio, sé e il marito impazzito e la viviamo insieme anche a Jack che altalena vari stati di lucidità e non, rendendolo un personaggio a tutto tondo, con cui possiamo provare anche a empatia, nonostante il male lo abbia pervaso del tutto.
Come detto da una delle lettrici, è un romanzo che esplora “la disperazione umana“, in una dimensione molto intima. Questo accade anche grazie alla scrittura che intercede tra conversazioni dirette, pensieri che si susseguono e pensieri intrusivi che intervengono (spesso ripetitivi), che creano una successione di climax nella storia: aumentando la tensione e entrando in sintonia con i personaggi, riuscendo a empatizzare con loro a prescindere. Interessante a questo proposito una delle frasi che si ripete più spesso nel romanzo:

 

Questo posto disumano crea mostri umani.
Questo modo di procedere nella scrittura ha ricordato “L’incubo di Hill House” di Shirley Jackson, in cui la protagonista Eleonor che entra in questa casa (sempre un luogo impossessato da forze del male come l’Overlook Hotel) ha pensieri intrusivi incalzanti, alcune frasi che diventano leitmotiv, che producono l’effetto di non sapere cosa sia reale e cosa no (esattamente come in Shining). Non si può non nominare un rapporto disfunzionale anche di Eleonor con la sua famiglia di appartenenza, che crea un terreno di instabilità mentale simile a quello di Jack (pur in modo diverso) e che ha contribuito a seminare dubbi verso le altre persone all’interno della casa, proprio come Jack tramuta i suoi sentimenti per Wendy e Danny pensando che complottino contro di lui.
Ci sono altre due analogie notate con lo scrittore Edgar Allan Poe per due suoi racconti:
  • La maschera della Morte Rossa: citato esplicitamente nell’epigrafe del libro e nelle scene finali con l’insistente “giù la maschera! giù la maschera” e nominando proprio l’arrivo della Morte Rossa, parole pronunciate potenzialmente dalle figure del male che abitano la casa, alimentando la suspence della scena. Questo racconto ha degli elementi in comune con il romanzo: una situazione di isolamento (che nel racconto di Poe avviene perché il principe di un regno cerca di sfuggire insieme a pochi eletti a una pestilenza mortifera, lasciando il popolo a morire), cercare di controllare il male allontanandosi (il Principe si rifugia nel castello, Jack all’Overlook Hotel sperando di aver lasciato alle spalle la sua ira e il suo problema di alcolismo (ma anche Wendy lo spera)), il castigo inevitabile (non si può sfuggire al male, il male ti trova e se necessario punisce: il principe viene trovato dalla Morte Rossa, così come Jack dalle forze del male).
Wendy era preoccupata per lui: l’antica, impotente preoccupazione che aveva sperato di essersi lasciata alle spalle per sempre laggiù nel Vermont, come se in qualche modo le preoccupazioni non potessero varcare le linee di confine tra stato e stato.
  • La caduta della casa degli Usher: altro racconto di Poe meno esplicito, ma presenta un’analogia nell’elemento luogo: fonte del male. Il male si può estirpare solo con la distruzione del luogo: così da spettatori esterni vengono descritti in entrambi i casi gli sgretolamenti dei due luoghi che cadono su loro stessi.
Secondo un altro lettore, fan di Stephen King, non è il libro più bello, perché la trama di per sé è semplice rispetto ad altri, ma è un romanzo che rimane.
Sicuramente il libro ci ha appassionato regalandoci molti punti di riflessione grazie alle diverse prospettive e i vissuti dei presenti.

Shining è un’opera che va oltre il genere horror, utilizzando la paura per affrontare questioni puramente umane, scavando nella psiche dei personaggi e interrogandosi sul ruolo delle nostre scelte e responsabilità come esseri umani. L’orrore non risiede soltanto nelle presenze inquietanti dell’Overlook Hotel, che desta comunque molta inquietudine, ma soprattutto nella possibilità chela violenza sia trasversale e arrivi fino alla propria famiglia che diventa “un luogo” non sicuro e da cui fuggire, a prescindere anche dal proprio livello di istruzione e dagli strumenti posseduti. 

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