
Per ingannare la dislessia scomponevo gli argomenti complessi in elementi semplici. Era così che scoprivo le cose illogiche che in tribunale non notava nessuno. Margherita Fiori ha sessant’anni e agli altri è sempre sembrata una donna senza qualità. Impiegata al tribunale, immersa nei suoi appunti costellati di piccoli schemi, per anni ha continuato a essere dipinta come la definivano a scuola: stramba, distratta, poco portata. Solo più tardi ha dato un nome a quelle etichette: dislessia. Un ostacolo, ma anche un modo diverso di leggere il mondo. Margherita non segue le righe, le attraversa, e facendolo vede crepe dove chiunque vedrebbe muri, sente le stonature nelle versioni troppo perfette. Poi c’è il desiderio di una nuova vita, che ritorna quando meno te lo aspetti. Tra una chat e un appuntamento al buio, Margherita riscopre il corpo, il gioco, la libertà di scegliere. Ogni incontro è un piccolo azzardo, ogni carezza una dichiarazione. Non è mai troppo tardi per sentirsi viva. Ma è in questo tempo nuovo che riaffiora il passato, nella figura del magistrato Pietro Pecorari. Grande amore della giovinezza, con lui Margherita ha condiviso il letto e molti casi, aiutandolo a risolverne la maggior parte grazie al suo insospettabile talento. Poi la storia finisce, ma, dopo venticinque anni, Pecorari le chiede una mano per venire a capo della misteriosa morte di un professore universitario. Sembrerebbe trattarsi di un suicidio, eppure troppe cose non tornano. A partire dalle equivoche frequentazioni del professore. Il talento di Margherita è un romanzo arguto e irriverente in cui la trama gialla diventa un manifesto gioioso sulla seconda età, sul diritto al piacere e sulla forza di uno sguardo fuori dalla norma. Viola Veloce mette in scena una protagonista antitradizionale, una donna che vede ciò che sfugge agli altri, e che proprio per questo riesce a scovare, tra le crepe delle storie e delle persone, la verità più scomoda e al tempo stesso più sincera.
Una giovane donna palestinese si trasferisce a New York. È ricca, piuttosto incline alla menzogna, attenta alla moda e ossessionata dall’igiene. Indossa profumi raffinati, utilizza dentifrici costosissimi e segue una meticolosa skincare routine a base di prodotti coreani. Lavora come insegnante in una scuola media per ragazzi svantaggiati, dove, con i suoi metodi eccentrici, rischia spesso di oltrepassare il limite. Nonostante una vita apparentemente perfetta, la felicità sembra sempre irraggiungibile. La città la soffoca: dietro la splendente facciata, New York nasconde una sporcizia che invade ogni cosa, limitando il suo spazio vitale, la sua sessualità, i suoi princìpi. E se il tentativo di mettere radici in America appare destinato al fallimento, anche la patria è ormai un luogo estraneo, confinato alla memoria. Tutto cambia quando stringe amicizia con Trench, un senzatetto che se ne va in giro con indosso il Burberry recuperato dal cassonetto in cui lei lo aveva gettato qualche settimana prima. Comincia a ospitarlo in casa e, alla fine, si lascia coinvolgere in un traffico internazionale di borse Birkin. Nel tentativo di recuperare il controllo, la sua idea di purezza si fa sempre più feroce ed estrema. I ricordi d’infanzia si intrecciano al presente, mentre il desiderio di appartenere si scontra con l’incapacità di legarsi – ai luoghi come alle persone – dando forma a un’esistenza apolide e senza punti fermi. Con una prosa magnetica e sensoriale, Zaher esplora temi chiave della cultura contemporanea – bellezza, capitalismo, classe sociale, migrazione – sottraendosi a ogni moralismo. Provocatorio e ironico, La moneta segna l’esordio di una nuova, potente voce della letteratura contemporanea.


Manca poco al sorgere del sole. È il 4 luglio e Barcellona, di giorno travolta dal caldo e dai turisti, è immersa nel silenzio e nell’oscurità. Ma una luce improvvisa illumina la facciata della Pedrera. Qualcuno ha trasformato l’opera di Gaudì nella scenografia di un macabro delitto: un uomo appeso a uno dei balconi sta bruciando. Quando arrivano i soccorsi è troppo tardi: per Eduard Pinto, personaggio di spicco della società catalana, non c’è più nulla da fare. Entra in gioco l’ispettore Milo Malart: uomo tormentato, refrattario alle regole ma dotato di un intuito che gli consente di entrare nella mente dei criminali e capire le loro prossime mosse. Con un assassino come il Boia di Gaudì (così l’ha battezzato la stampa) l’intuito però non basta: servono colleghi altrettanto determinati e capaci, come l’ispettrice Rebeca Mercader e il sergente Toni Crespo. Al trio tocca il compito di individuare il disegno di sangue dietro la scia di delitti che sconvolgono Barcellona: una città protagonista quanto gli esseri umani, lo scenario perfetto per un thriller dalle tinte nerissime.
Sardegna, Penisola del Sinis, una giovane donna scompare nel nulla. Sei mesi di silenzio e indagini a vuoto. Poi, un unico agghiacciante segnale: il cellulare di Angela Floris si riaccende. Sul luogo del rilevamento gli ispettori Daniel Corvo e Viola Zardi trovano un macabro reperto che vale da firma. Si tratta di una mano femminile, troncata e in stato di perfetta conservazione. È l’inizio di un duello perverso con un assassino che agisce da artista della morte. Non si limita a uccidere ma osserva, studia, contempla, collezionando gli arti delle vittime come fossero opere. Per Corvo e Zardi, partner nel lavoro ma opposti per indole e modo di vedere le cose, comincia una caccia allucinata. Lui, mentalità da monaco guerriero, ancorato alla famiglia e alla fede per tenere a bada antichi traumi; lei, spirito in tempesta con il fascino dell’azzardo nel gioco e nella vita, capace di domare il caos soltanto quando lo incanala nei casi da risolvere. Mentre i demoni personali riaffiorano e un’altra ragazza scompare, i due poliziotti capiscono che il killer non li sta solo sfidando, li ha scelti. Attirandoli tra stagni di sale e campagne desolate, trasforma ogni scoperta nella tappa di un incubo meticolosamente orchestrato. Più Corvo e Zardi si avvicinano alla verità, più diventa chiaro che le vittime erano solo un prologo. Il vero capolavoro, l’opera suprema che l’Artista vuole realizzare, forse sono proprio loro. Sullo sfondo di una Sardegna sospesa tra west selvaggio e lande crepuscolari, Pulixi firma una storia ipnotica e avvolgente, che scandisce una deriva nei chiaroscuri dell’anima umana. Il nido del corvo è il big bang di un universo narrativo in espansione, nelle cui pieghe si muovono anche i personaggi del precedente romanzo, La donna nel pozzo. Ogni libro diventa il tassello di un mosaico più grande, racconto di un mondo che svela connessioni segrete, inaspettate, imprevedibili, ma che rapisce e cattura ugualmente chi vi entra per la prima volta, inaugurando un viaggio nella crime fiction di cui sentiremo parlare nei prossimi anni. Era l’Artista. A caccia della vittima perfetta.


Quanto può essere misterioso un invito a cena? Se arriva dalla contessa Mazzucco, che detesta profondamente il genere umano, parecchio. Soprattutto quando il destinatario è uno scrittore di poca fama che nulla ha a che fare con la nobiltà. Perché sì, a metà degli anni Sessanta, per qualcuno la classe sociale conta ancora, eccome. Eppure eccolo lì, seduto alla stessa tavola con un principe, un uomo dall’accento latino-americano che trasuda sangue blu da ogni poro e la nipote ribelle della padrona di casa. Gli altri accompagnatori saranno pure meno titolati, ma non per questo più cordiali. Forse si domandano che cosa ci faccia lui tra loro. In realtà, se lo chiede anche lui. Lo scrittore ha la netta impressione che ciascuno degli ospiti sia lì per chiedere qualcosa alla contessa, e che tra loro corrano legami segreti che nessuno desidera veder affiorare. Di una cosa è certo: è la cena più strana a cui abbia mai partecipato. Prima ancora che arrivi l’hors d’œuvre, il corpo senza vita della contessa viene trovato nel suo studio. Tra gli invitati si nasconde un assassino. E nessuno può andarsene: la villa è isolata dalla neve, il telefono è fuori uso. La polizia non può intervenire, ma la giustizia, a volte, trova altre strade. A poco a poco, tutti gli indizi sembrano puntare proprio verso lo scrittore. O forse qualcuno vuole che sia così: in fondo è la pedina più debole, almeno in apparenza. Ma chi sa usare bene le parole sa anche far parlare gli altri. Di ciò che non avrebbero mai voluto dire. Di segreti che il tempo non è riuscito a seppellire. Simone Tempia, autore da oltre 200.000 copie alla sua prima prova di narrativa, ci conduce con ironia e mistero al cuore di un giallo dal gusto classico: una villa isolata, una sola lunga notte, un gruppo di personaggi tutti potenziali colpevoli. Le risposte sono già tutte lì, sotto gli occhi del lettore. Non di ogni lettore, però: solo di quello più attento e più scaltro.
“Cinico, divertente, affilato.” Stephen King “Intreccio geniale, ambientazione irresistibile e personaggi indimenticabili.” John Grisham Chicky Diaz è il portiere più amato del Bohemia, il palazzo più prestigioso dell’Upper West Side, dimora di celebrità, finanzieri e dell’élite culturale di New York. Nel suo lussuoso attico, l’appartamento 11C-D, Emily Longworth ha tutto quello che ha sempre desiderato. Peccato che odi profondamente suo marito, che detestava in silenzio già prima delle recenti rivelazioni sull’origine della sua immensa ricchezza. Ma il contratto prematrimoniale è inattaccabile e lei non ha ancora trovato la forza di lasciarlo. Al piano inferiore, nell’appartamento 2A, Julian Sonnenberg – critico d’arte di successo e uomo che ha vissuto per cinquant’anni una vita piena e cosmopolita – riceve una telefonata devastante. Una notizia che non fa che confermare la sua sensazione: quella di essere ormai irrimediabilmente out. Intanto, nei sotterranei del Bohemia, il personale del palazzo – quasi tutto afroamericano e ispanico – segue con inquietudine le notizie in tv: a pochi isolati di distanza, un nero è stato ucciso dalla polizia. La città sta esplodendo in proteste, scontri, violenze. Mentre si prepara per il suo turno serale, Chicky infrange una regola sacra del mestiere: stasera porterà con sé una pistola. Perché lui sa che, proprio davanti all’ingresso sontuoso e all’apparenza inespugnabile del palazzo, si sta giocando qualcosa di più grande. Stanotte, nemici si scontreranno, lealtà verranno messe alla prova, segreti svelati – e vite spezzate. In un affresco inedito e feroce della New York di oggi, Chris Pavone scrive un giallo perfetto per i nostri tempi, dove suspense, critica sociale e ritmo narrativo si fondono senza soluzione di continuità. Un palazzo di lusso nel cuore di New York. Un omicidio che nasconde segreti e contraddizioni di un intero paese. Un giallo che esce dai confini del giallo e che racconta l’America divisa dell’epoca di Trump.


Alla morte della madre Ester, Sarah riceve una bizzarra eredità: le chiavi di una casa fatiscente in un remoto villaggio albanese e un biglietto scritto a mano: «Vai laggiù. Trova Elora.» Nonostante non abbia mai sentito quel nome, e non sappia niente del paese d’origine di Ester, Sarah decide di lasciare il suo lavoro da ricercatrice in Islanda e di imbarcarsi in un viaggio di quattromila chilometri sperando di comprendere meglio una donna che le è sempre sembrata inafferrabile. Ma all’arrivo sull’altopiano che la madre le aveva indicato, Sarah non trova quasi nulla, a parte la bellezza aspra di un luogo fuori dal tempo. L’abitazione e poco più di un rudere, Elora è morta da anni. Eppure, la traccia di quella ragazza indomabile – la “figlia del fuoco” la chiamavano – sembra bruciare ancora sotto la cenere che custodisce la memoria del villaggio. Quando l’Albania era schiacciata dalla dittatura e dalle leggi non scritte della vendetta di sangue, Elora scelse di crescere libera, camminando scalza tra le rocce e lasciandosi guidare solo dalla forza del desiderio e dalle parole della poesia. Ma ogni scelta segna il destino, e quello di Elora si snoderà lungo tre generazioni fino ad arrivare a Sarah. In questo romanzo luminoso, e al tempo stesso gravido di ombre, Marie Charrel intreccia voci lontane, suggestive, ipnotiche, per raccontare una storia di donne che, anche senza volerlo, si tramandano il coraggio, il dolore e la speranza. Una storia che mostra come il passato trovi sempre la strada per farsi ascoltare.
Il nuovo romanzo di Giosuè Calaciura ha al centro Cristoforo Colombo, l’Ammiraglio, una figura storica colossale e discussa, un eroe dell’esplorazione e l’iniziatore dell’oppressione coloniale, il portatore della civiltà occidentale nelle Americhe e al tempo stesso colui che avvia un genocidio, sancendo l’imperialismo, il razzismo e la soppressione culturale. Nel romanzo la fedeltà ai fatti e alle cronache colombiane – fondata sul diario di bordo, sugli atti del processo a Colombo dell’inquisitore Bobadilla – è infiltrata da ammiccamenti letterari, evangelici, fantascientifici che distorcono la realtà storica portandola altrove. Vi si racconta l’organizzazione del viaggio, la ferocia della conquista, la superiorità tecnica, la tecnologia come scelta di sopraffazione, lo schiavismo, la violenza come strumento esclusivo e definitivo del rapporto dell’Occidente verso gli «altri», sia indios che europei non maggiorenti. E poi c’è un’altra vicenda, picara, stracciona, ironica e irriverente, come dei sipari tra un capitolo e l’altro della conquista. La traversata epica, temeraria, pazza, sostenuta senza controprova da ipotesi e vaghe congetture, da pratiche magico-religiose, dalla folle immaginazione dell’Ammiraglio come un Don Chisciotte oceanico infarcito di troppe letture. Ma la conquista delle Indie rimane una sorta di «manuale» aggiornatissimo sulla violenza dell’oggi, sulla perdita di ogni sentimento della giustizia (umana e giurisprudenziale) e della pietà; è il prototipo della prepotenza perenne che regola i rapporti tra paesi ricchi e paesi poveri, tra i ricchi e i poveri. L’Ammiraglio è anche un romanzo sulle illusioni, la speranza di un mondo per tutti, migliore, che s’infrange a ogni sbarco.


Fin da bambino, il protagonista di questo romanzo sa che suo padre Raffaele ha inventato qualcosa che ha rivoluzionato la storia del cinema. È sempre rimasto una specie di segreto di famiglia, una leggenda privata. Gli torna in mente quando in una caldissima primavera sogna quasi tutte le notti suo padre, morto dieci anni prima. In questi sogni – lucidi e pervasivi – Raffaele è ancora vivo, semplicemente se n’è andato via di casa, senza una spiegazione. Quel bambino, che si chiama Christian e oggi ha cinquant’anni, si sente costretto a ricercarne il senso, e comincia un’indagine tenera e impacciata, un giallo famigliare che è anche un romanzo di formazione fuori tempo massimo. Professore di liceo, sospeso tra i rapporti impossibili e comici con i suoi studenti e le infinite spirali sentimentali della storia con la sua ex compagna, Christian vede di colpo la propria vita intrecciarsi con l’ombra di un padre a cui si accorge, solo ora, di assomigliare più di quanto abbia mai creduto. Nelle vesti di un Telemaco contemporaneo, si ritrova a inseguire le tracce del padre nella storia privata e pubblica, come se il Novecento fosse un unico lunghissimo racconto proiettato sul grande schermo: le vacanze al paese dei nonni negli anni ottanta e i film di Bud Spencer e Terence Hill, Apocalypse Now e la crisi economica, la prima volta in cui si sono conosciuti i suoi genitori e Scene da un matrimonio di Bergman, e soprattutto la Technicolor, l’azienda a cui il padre ha dedicato la sua esistenza e che ha cambiato l’immaginario planetario e i destini della loro famiglia. L’invenzione del colore è il romanzo di un’Italia contemporanea in cui la nostalgia può diventare immaginazione, il racconto di una classe operaia che trova il paradiso e nasconde l’inferno, un’epopea industriale che nel suo declino non ha risparmiato i propri eroi, la ricerca di una ragazza indecifrabile e la riscoperta dell’amore per un padre che sembra sfuggito tutta la vita ai suoi affetti e alla felicità. È, ancora e soprattutto, un libro sulle generazioni che si confidano solo nei momenti di fragilità, per rivelare la forza che muove ogni possibile rinascita.
Con coraggio e determinazione, con lo sguardo lucido e partecipe della scrittrice e una prosa sorvegliata e diretta, Raffaella Romagnolo affida a queste pagine un racconto personale impervio, affrontandolo con il contegno di chi sa tenere gli occhi sulla porzione di sentiero davanti a sé, prima che sulla cima. «Non avevo mai pensato tanto in vita mia a cosa succedeva sotto la mia pelle.» Che quella allo specchio fosse un’immagine ingannevole, che sotto la pelle fossero in atto processi misteriosi e ineluttabili, Raffaella Romagnolo lo ha scoperto a ventisette anni. E ci sono voluti quasi tre decenni dalla diagnosi di sclerosi multipla perché decidesse di raccontare ciò che a lungo è rimasto chiuso in un faldone di cartoncino rosso, l’archivio personale della sua storia clinica. All’inizio, la malattia convive con l’amore per la montagna e obiettivi ambiziosi: l’alta quota, la vetta, il monte Rosa, il Bianco. Il tentativo è ricalibrare le sfide a partire dai limiti di un corpo giovane e apparentemente sano, che di quei limiti grida tutta l’angustia. Ma, insieme alle difficoltà, comincia a manifestarsi anche la scrittura, che si nutre di ogni esperienza e diventa lo strumento per provare a stanare ciò a cui è arduo dare un nome. Come per la stesura di un buon romanzo, i dati di realtà diventano allora puntello e carburante: con grinta, metodo e disciplina, l’autrice riesamina i primi consulti medici, i referti, le prescrizioni con i loro pesanti effetti collaterali, il lento percorso di consapevolezza. Fino ad accettare che convivere con una malattia cronica significa modificare il proprio sguardo su se stessi e sul mondo. Ma comporta anche essere visti con occhi diversi. Qualche volta con paura, spesso con curiosità e comprensione: la fragilità, che è di tutti gli umani, non lascia indifferenti.



