Come è normale che sia, chi ha partecipato a questo speciale incontro ha prima di tutto commentato la visione del film e soprattutto sottolineato come la sonorizzazione abbia avuto la capacità di permettere una fruizione più piacevole ed emotivamente partecipata che forse non sarebbe stata così pregnante vista la disabitudine totale dello spettatore contemporaneo nei confronti di film muti. I due musicisti hanno fatto un lavoro compositivo che si basa sì sulla musica elettronica, ma parte dalla riscoperta e dalla valorizzazione degli strumenti tradizionali sardi (si è fatto qui riferimento al volume “Sonos. Strumenti della musica popolare sarda“) scelti in base ai loro timbri e alle loro caratteristiche e messi in relazione ai principali temi del volume come ad esempio la famiglia, l’amore, l’infanzia, la madre. La maggior parte dell’esperienze di lettura sono risultate non solo positive, ma particolarmente intense e segnate dallo stile, dalla forma e dalla storia di Deledda, capace di mettere in luce la condizione femminile delle donne sarde di inizio secolo fra omaggio del coraggio, della stamina e della resilienza e l’inevitabilità di esistenze tragiche, dolorose volte alla fatica e al sacrificio. Lo sguardo dell’autrice non è mai giudicante anche quando ci mette di fronte personaggi che compiono scelte divisive e talvolta contradittorie, fra tutti ovviamente Anania che alla fine della vicenda decide di scegliere l’onore – o meglio una sua personalissima interpretazione dell’onore, definito da una lettrice “distorto” – a scapito dell’amore e della felicità. Olì compie una sorta di martirio, annullandosi in favore del figlio il quale cade vittima degli schemi sociali patriarcali che lo privano degli strumenti che potrebbero fargli accogliere sentimenti ed emozioni piuttosto che costrutti sociali castranti che finiscono con il costruire rapporti umani brutali. Come ha citato una partecipante al gruppo, il libro si chiude con un segno di speranza e di ottimismo: “egli ricordò che fra la cenere cova spesso la scintilla, seme della fiamma luminosa e purificatrice, e sperò, e amò ancora la vita“.



