Lettura inquietante ed angosciante, ai limiti del fastidio e della molestia e pertanto molto polarizzante, fra chi ne è uscito schifato e chi ne è uscito esaltato. Insomma una di quelle esperienze di lettura che o si odia o si ama, sia a livello di stile di scrittura, sia a livello di descrizione delle situazioni e dei personaggi, sia a livello delle riflessioni. E’ un mondo quello di Céline che non fa sconti a nessuno: è davvero tutto putrido, guasto, fetido e putrescente. La lettura risulta, al di là dei gusti personali, sempre disagevole vuoi per le scene – spesso ai limiti dell’indicibile soprattutto se si fa riferimento alle degradanti scene di sesso ed autoerotismo – vuoi per i personaggi – abbietti, approfittatori, infami e spregevoli – vuoi per l’ambigua divisione fra scenari ed azioni vissute o solo immaginate e/o sognate nei continui deliri farneticanti e nelle sconcertanti allucinazioni. La lingua usata da Céline va di pari passo con questi contenuti e quindi non si risparmia nell’utilizzo del parlato più volgare e nella scelta di brevi e lancinanti frammenti che si rivelano vere e proprie dichiarazioni di intenti, proclami antibellici infarciti da misantropia, disillusione sul futuro dell’umanità, descrizioni che sottolineano la regressione morale e la perversione umana. Anche i continui rimandi ai sensi non fanno altro che amplificare queste storture del racconto: gli odori sono insopportabili, tutto è putridume, fluidi umani fetidi, miasmi, le sensazioni tattili risaltano la sensazione di sentirsi sempre sudici, l’udito è per sempre condannato ad un perenne acufene che fa rimbombare nelle orecchie i lancinanti rumori delle battaglie: bombe, urla, spari sia reali sia figli della pazzia.



