In generale, si è trattato di un incontro durante il quale sono emerse esperienze di lettura quantomeno faticose e difficoltose, con molte persone che hanno abbandonato il libro e che ne hanno quindi sottolineato il fatto di non essere state catturate dalla storia, dai personaggi e in particolare dalla crudezza delle immagini e da un linguaggio duro, crudele e spietato. Queste analisi non sono però da considerarsi in contraddizione con l’aver palesato all’unanimità la necessità dei temi e della narrazione di Pasolini. Egli ci regala un affresco simbolico ed iconico della Roma del dopoguerra e di quella fetta di popolazione lasciata ai margini della storia, della società e dell’economia capitalista, abbandonata del tutto al proprio triste e feroce destino, soprattutto di quella gioventù che non ha nessun appoggio ed aiuto da parte delle generazioni precedenti e da parte dello stato della società. I ragazzi sono così costretti ad una vita di stenti, ad una lotta quotidiana e cronica per la più basilare sopravvivenza, in scenari diroccati, sporchi, violenti ai quali, volenti o nolenti, si adeguano nell’estetica, nelle azioni e nell’abbandono di qualsiasi sentimento positivo e costruttivo, fino a numerosi episodi di illegalità, fra furti, truffe e prostituzione. Pasolini ci dona un’immagine organica di questo spaccato sociale, civile ed umano senza risparmiarci nulla, anzi calcando la mano su queste bassezze anche grazie ad una grande capacità di creare immagini senza retorica – molto vicina e figlia dell’arte della sceneggiatura a lui molto avvezza e che ci dona vere e proprio scene cinematografiche – e ad un linguaggio sperimentale che pesca a piene mani dal dialetto romano delle borgate e che non fa altro che aggiungere, da un lato, difficoltà di lettura per noi non abituati a quelle inflessioni e, dall’altro, volgarità, analfabetismo, incapacità ad esprimere e a comunicare. Piano piano i ragazzi si abituano alla morte, alla sofferenza, al lerciume, dal disturbo e dal dolore passano ad una sorte di distacco morale e di anestesia sensoriale ed emotiva che hanno come punto focale e di massima resa il finale, quando il Riccetto decide di non aiutare un piccolo amico che sta affogando a differenza invece di quanto aveva fatto anni prima quando, incurante del pericolo, si era buttato nel Tevere per salvare una rondinella dalla morte. Si è ovviamente fatto riferimento alle varie espressioni artistiche frequentate da Pasolini, tanto quanto alla sua figura così iconica, un unicum nel panorama intellettuale italiano del secondo novecento, senza tralasciare accenni alla sua figura pubblica legata a celebri vicende processuali ed esistenziali contradditorie e disagevoli per lui e per il pubblico.



