Archileggiamo | Fili di Storie
Recensione

La forza di questo libro risiede nella sua capacità di andare ben oltre le nevrosi quotidiane, trasformando i rigidi imperativi categorici e i rituali ossessivi di Manon in una lente attraverso cui osservare una verità molto più profonda. Manon non è semplicemente un personaggio: è una presenza totalizzante, un’autorità indiscutibile che sembra conoscere tutto prima ancora che accada. Lei anticipa, lei dispone, lei è Manon. Milazzo ce la descrive quasi come una figura mitologica, una sorta di Freud in salsa domestica, o un oracolo infallibile i cui verdetti sono insindacabili. Manon è una certezza che incombe, e il suo “sapere” assoluto diventa la misura con cui ogni cosa deve confrontarsi.

In questo scenario, il figlio – il nostro protagonista – è, in fondo, il vero specchio della vicenda. Più che un semplice antagonista, egli è il ponte teso tra la staticità rassicurante della Sicilia e il dinamismo inquieto di Milano. È una figura che vive in una costante ambivalenza: è il complice che conosce ogni codice segreto di Manon – perché è cresciuto nutrendosi di quella stessa ironia – ma è anche l’antagonista che tenta, con fatica, di smarcarsi da quel destino già scritto per rivendicare un’identità propria. Il suo sguardo, quello del “figlio milanese” che osserva le dinamiche familiari con una distanza geografica che diventa anche emotiva, è ciò che permette al lettore di decodificare Manon. È un figlio che ama profondamente, ma che deve imparare a guardare la madre non più come un oracolo infallibile, bensì come una donna in carne ed ossa, con le sue fragilità nascoste sotto la perfezione dei suoi centrini. La sua è una lotta silenziosa per la propria autonomia, una battaglia che si combatte ogni giorno sul sottile confine tra il senso di colpa e il bisogno di libertà.

Non si tratta, dunque, di un semplice scontro tra modernità e tradizione, bensì di un tormentato percorso di ricerca identitaria che accomuna i figli, ognuno impegnato a negoziare il proprio spazio nel mondo. Il desiderio di affermazione del protagonista non è un mero rifiuto del passato, ma un tentativo coraggioso di definirsi non più in opposizione alla madre, ma nonostante la sua ingombrante, seppur amorevole, tutela. È qui che il libro tocca le corde più intime, costringendoci a riflettere con estrema sincerità sulla fatica, spesso dolceamara, di diventare adulti e di trovare il proprio posto, restando – nonostante tutto – fedeli alle proprie radici.

L’occasione di incontrare Alberto Milazzo di persona ha conferito un valore aggiunto inestimabile alla nostra esperienza, trasformando il libro in un dialogo vivo e pulsante. È raro incontrare un autore che incarni così fedelmente lo spirito della propria opera, ma in Milazzo abbiamo riscontrato esattamente la stessa “frequenza” che avevamo percepito leggendo il suo romanzo. La sua straordinaria disponibilità, unita a un modo di porsi squisito, cordiale e autentico, ha reso l’incontro un momento di grande intensità. Abbiamo scoperto un autore capace di usare l’ironia non come uno scudo, ma come un ponte, rendendo i temi più complessi incredibilmente vicini e comprensibili per ognuno di noi.

L’incontro ha chiuso un cerchio ideale, facendoci capire che la cura formale e l’eleganza che caratterizzano la sua prosa non sono frutto del caso, ma il riflesso diretto di una sensibilità rara, che sa accogliere il lettore e trasformare un vissuto personale in un’esperienza collettiva. È stato un vero onore poter conversare con lui, scoprendo che dietro le pagine c’è una persona capace di trasformare il “centrino” da semplice oggetto decorativo a punto di partenza per una riflessione condivisa, sincera e profondamente umana. Ringrazio tutti voi per aver partecipato con tanto entusiasmo a questo incontro, che ha arricchito non solo il nostro bagaglio di lettori, ma anche quello di persone.

La morale del centrino è un libro che riesce nell’impresa non facile di trattare temi complessi — come lo scontro tra generazioni, la definizione di sé e il peso delle radici — mantenendo un registro incredibilmente leggero e divertente.

Il libro è in definitiva un’ode alla resilienza dei rapporti familiari. Dimostra come, nonostante le ferite, le diversità e i silenzi, il dialogo tra genitori e figli sia possibile, a patto di accettare che la “morale” (di qualunque centrino si tratti) vada costantemente rinegoziata.

Il gruppo ha salutato Alberto e concluso l’incontro con una spilla fatta all’uncinetto dalle mani abili del gruppo “I lavori di Paoletta e delle sue amiche” : odv del territorio di Settimo che si è unito al gruppo di lettura regalando ad ognuno un cuore spilla, che è poi l’immagine di copertina del libro stesso!

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