Nel confronto tra le lettrici, una delle questioni più discusse è stata la scarsità di descrizioni. Alcune avrebbero voluto più dettagli, più immagini a cui aggrapparsi; altre hanno invece apprezzato questa scelta, riconoscendola come profondamente coerente con il senso del libro. Schmitt sembra rinunciare volutamente alla descrizione per non fissare nulla: né i luoghi, né i personaggi, né i significati.
Parigi e l’Oriente non sono spazi da vedere, ma da attraversare.
La scrittura, essenziale e quasi trasparente, non chiede di essere contemplata, ma abitata.
Questa sottrazione formale comunica qualcosa di preciso. Il romanzo non parla di spiritualità come sistema di credenze, ma come atteggiamento: uno sguardo capace di accogliere senza possedere. Monsieur Ibrahim non spiega il Corano, lo incarna. I “fiori” del titolo non sono oggetti né metafore ornate, ma gesti, pause, sorrisi, una calma che si trasmette senza essere insegnata. Anche il rapporto educativo tra Ibrahim e Momo segue questa logica: non c’è correzione, non c’è salvezza, solo una presenza che accompagna e poi lascia andare.
Alla fine resta l’impressione di un libro che lavora in profondità proprio perché dice poco. La mancanza di descrizioni non è una povertà, ma una forma di fiducia nel lettore e nella sua esperienza. Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano sembra suggerire che le cose essenziali — la crescita, la relazione, la felicità — non si lasciano definire nei dettagli, ma si riconoscono nel modo in cui continuano a risuonare dopo che la storia è finita
Un racconto veramente accattivante da leggere in un fiato!



