Questo titolo racconta da vicino l’identità profonda dell’autore e il suo stesso percorso per dare forma alla propria voce. Schmitt applica alla letteratura lo stesso identico lavoro che Chopin faceva con le note. Il suo stile di scrittura è rilevante proprio per questo: in poche pagine, incredibilmente comunicative, la semplicità diventa un valore assoluto capace di arrivare a tutti.
Togliere, asciugare e semplificare è un’arte riservata a pochissimi, e Schmitt la padroneggia, quasi a voler mimare la pulizia e la leggerezza del tocco pianistico.
Tutti i bizzarri e divertenti consigli di Madame Pylinska convergono verso un unico, grandioso significato: creare vivendo, creare sentendo. Non si può essere artisti se ci si concentra solo sul risultato geometrico o sulla performance. Attraverso l’invito a vivere l’atto d’amore focalizzandosi sul cammino, o l’ascolto fisico da sotto il pianoforte, la Pylinska insegna a Éric che l’arte è presenza assoluta nel “qui e ora”, un abitare il presente con il corpo e con l’anima per poi poter creare.
In questo percorso, la chiave di volta assoluta del romanzo è rappresentata dalla zia Aimée, la seconda e fondamentale figura femminile della storia. Se la Pylinska è la mente e il metodo, la zia è il cuore pulsante e l’origine di tutto. La sua stessa natura — segnata da una relazione clandestina con un uomo sposato — trova in Chopin non un semplice rifugio, ma un linguaggio per esprimere un amore invece possibile. Chopin è stato utile alla sua relazione perché dava voce a ciò che non poteva essere detto a parole, trasformando il dolore del segreto in pura bellezza.
È proprio vedendo la zia suonare che Éric sperimenta per la prima volta il potere salvifico dell’arte.
Éric sa suonare la tastiera, eppure nel corso di tutta la sua vita riuscirà a suonare divinamente Chopin soltanto una volta. Succede nel momento in cui sente di più la vita, quando viene travolto dai sentimenti più assoluti e dolorosi: la morte (prossima) della zia Aimée.
Questo è la dimostrazione che la tecnica cede il passo solo quando l’esistenza bussa con forza alla porta dell’anima. Ma il vero miracolo del libro avviene dopo: Éric capisce che il pianoforte non è il suo destino. Nei tanti anni a seguire, userà quel metodo per fare qualcos’altro: imparerà a “suonare le parole”. Diventando scrittore, Schmitt trasferisce sui fogli lo stesso spartito di Chopin, usando i vocaboli come note per arrivare! Sul dove saranno i lettori a scegliere.
Qui si compie il simbolismo della “porta”, che rappresenta il vero senso del libro. La porta è la soglia tra il visibile e l’invisibile, tra la fredda tecnica e il sentimento puro. Se la zia Aimée è colei che indica a Éric l’esistenza di questa porta misteriosa, Madame Pylinska gli fornisce la chiave per aprirla. Il percorso diventa un’educazione sentimentale per trovare la forza di attraversare quella soglia e guardare dentro se stessi, accettando che per fare arte bisogna prima accettare di farsi attraversare dalle sue contraddizioni.
Questo concetto ha acceso un dibattito interessante all’interno del nostro gruppo. Stimolati anche da alcuni interventi, ci siamo interrogati sul valore della musica come linguaggio universale, capace di scavalcare ogni confine emotivo e culturale. È stato affascinante notare come la discussione si sia poi ampliata, proiettandosi verso la scultura o la pittura: a ognuno la sua porta!
Qualsiasi arte quindi si decida di intraprendere, per essere veri artisti bisogna seguire la stessa identica radice, imparando a respirare con il mondo per dare forma a ciò che sentiamo dentro!
Se è vero, come si dice nel romanzo, che “il genio è uno che capisce subito il proprio compito sulla terra”, con questa storia Schmitt sembra dirci (ancora una volta) di essere uno di quelli ad averlo capito. Ma questo potrebbe avere a che fare con il segreto di Chopin.



