Dalla quarta di copertina alle descrizioni che si possono leggere su Google, “La camera azzurra” è un romanzo di passione, tradimento e crimine.
Le varie recensioni sottolineano la sua natura psicologica e la sua atmosfera tesa e lo descrivono come un racconto che si legge tutto d’un fiato, concentrandosi su come un tradimento inizialmente innocuo si possa trasformare in un caso da risolvere e in un dramma.
Il gruppo lo conferma! Un romanzo breve e intenso, facile da leggere, accattivante, ma anche un po’ fastidioso: soprattutto il finale! Soprattutto l’immobilità di Tony!
Tony è infatti l’unico narratore dei fatti. La sua voce frammentata salta tra passato e presente attraverso interrogativi, flashback, ricordi e omissioni, come in un piano sequenza ininterrotto, obbligando il lettore ad immergersi in un’azione sospesa e mantenere l’attenzione sui salti spazio-temporali e sui “perché”.
Tony racconta, ma cosa tace? E perché omette? E soprattutto a cosa crede davvero? E perché non racconta di quelle lettere?
Al di là della passione, che ha comunque incollato un po’ tutte al testo, al crimine e alla follia, che a volte descrive l’altra faccia della passione, tutte si sono interrogate sulla natura di Tony e su quel finale così sintetico e senza (apparente) risposta.
Simenon coinvolge il lettore nella vicenda, portando lui a giudicare i personaggi e a formulare ipotesi sui perché che non hanno risposta esplicita. E noi abbiamo colto alla lettera la sua volontà: tra una catenella e l’altra ci siamo interrogate e abbiamo cercato di rispondere a quei perché.
Tony non è un criminale nato, ma un uomo di provincia, marito e padre: cresciuto in un contesto sociale che premia la rispettabilità e la routine, ma che velocemente condanna. In paese tutti sapevano!
Tony è incapace di prendere una posizione netta, di gestire la tensione tra ciò che desidera e ciò che la società si aspetta da lui. Piuttosto che scegliere, Tony si lascia interrogare, giudicare, condannare.
Quindi la sua passività diventa quasi una forma di autodistruzione oppure di complicità?
Su queste due opzioni ci siamo un po’ divise e immediatamente ritrovate poiché la risposta sta proprio nel finale, considerato non più sintetico, ma giusto così! Il fastidio iniziale si è trasformato in una scoperta. Simenon non ha voluto dare risposte precise e ha voluto quel finale.
La soluzione univoca del giallo così come “l’ happy end” che spesso ci si aspetta, proprio non ci sarebbe stato bene. Simenon costruisce un processo che sembra più un enigma morale che giudiziario.
E così ci siamo tutte perse in quell’ultima frase… in quel <<sorriso che esprimeva così intensamente il trionfo dell’amore>>
Simenon mostra come l’amore (o la sua illusione) possa annullare la logica, la morale e persino la colpa. È un finale che ribalta la tensione: dopo pagine di domande, resta solo un sentimento nudo, inspiegabile, che non chiarisce nulla.
Le passioni si consumano e non possono essere tradotte in ragioni. Ma ci chiediamo : Anche se di mezzo ci sono due crimini? 🙂



