Il romanzo Se i gatti scomparissero dal mondo di Genki Kawamura affronta con apparente leggerezza un tema profondo e universale: il senso della vita e il prezzo che ogni scelta comporta.
L’autore costruisce una parabola semplice, ma ricca di significati. La scrittura di Kawamura è caratterizzata da una grande naturalezza: frasi brevi, lessico quotidiano, un ritmo narrativo lento e riflessivo. La sintassi lineare e l’assenza di eccessi stilistici danno alla narrazione un tono meditativo, come se il narratore parlasse direttamente al lettore in un dialogo sommesso.
È interessante notare che il protagonista rimane senza nome per tutto il romanzo. Questa scelta narrativa non è casuale: l’anonimato lo trasforma in una figura simbolica, quasi universale, che rappresenta ognuno di noi di fronte al momento della perdita e della riflessione sul senso dell’esistenza. Il suo interlocutore, il diavolo, che si fa chiamare ironicamente Aloha, non è un vero antagonista, ma piuttosto una parte di sé, la voce che lo costringe a interrogarsi su ciò che davvero conta nella vita.
Uno dei motivi conduttori del romanzo è l’idea, più volte espressa nella frase ricorrente “Per ottenere qualcosa bisogna sacrificarne un’altra”, che ogni desiderio o conquista richieda una rinuncia. Ogni cosa che il protagonista accetta di far scomparire non è soltanto un oggetto o un animale, ma un frammento della propria vita e delle proprie relazioni. In questo senso, il romanzo diventa una riflessione sul legame invisibile tra le cose e gli affetti, sul valore del quotidiano e sulla consapevolezza di quanto ciò che ci circonda contribuisca anche un po’ a definirci. Il gatto, figura centrale anche se non sempre presente, diventa simbolo dell’amore gratuito e della memoria, un essere che rappresenta l’intimità domestica e la continuità affettiva.
Il gruppo ha espresso un giudizio positivo. Molti hanno apprezzato la capacità dell’autore di affrontare argomenti esistenziali con una leggerezza solo apparente, trovando nella sua scrittura una forma di sincerità e di poesia quotidiana.
Altri hanno sottolineato la delicatezza con cui Kawamura riesce a parlare della morte e del distacco senza mai cadere nel melodramma. Ed è bizzarro come un paio di amici me lo avessero invece descritto come “libro troppo banale” uno, e “troppo sentimentale” un’altra. È probabile che queste critiche derivino proprio dalla semplicità dello stile e dalla struttura narrativa lineare, che possono sembrare poco impegnative a chi cerca una trama più complessa o una prosa più elaborata. Ma quella semplicità, a parere del gruppo, è una scelta consapevole e coerente con il messaggio del romanzo: Kawamura non mira a stupire o a commuovere con artifici, ma a comunicare in modo diretto e accessibile, lasciando che siano i concetti – la perdita, la gratitudine, la memoria – a generare emozione. Nel complesso, Se i gatti scomparissero dal mondo è un romanzo che parla sottovoce, ma lascia un’eco profonda.
Chissà se altri lettori dei nostri gruppi di lettura la pensano come Noi?



