Tutti i personaggi che assieme a loro popolano la storia appartengono all’ampia categoria dei disadattati, dei marginali, di chi fa fatica a conformarsi alle richieste prestazionali della società, e si muovono in luoghi altrettanto periferici, deprivati o rimossi: case spoglie, stradoni commerciali in dismissione, tavole calde da quattro soldi, macelli industriali. Un panorama desolante dove però “ogni cosa è illuminata” – per citare un altro autore contemporaneo, Jonathan Safran Foer – da ironia e pietà, poesia, sogno e caparbia resistenza dell’umano. Non si tratta solo di aspetti di trama, ma è lo stile stesso a lavorare continuamente sulla compresenza di alto e basso, poetico e triviale, tragico e ironico, incanalati con naturalezza in un flusso senza attriti, a tratti ipnotico, che ci è sembrato ben esemplificato dalle pagine di apertura del romanzo dove l’Autore sembra metterci sull’avviso e prepararci a quanto leggeremo. Qui, con una prospettiva a volo d’uccello – il cinema attuale lo proporrebbe come lo sguardo di un drone – ci avviciniamo ad Hai sorvolando un paesaggio “bellissimo”, toccato da una luce “color porridge”, modellato nel tempo da ghiacciai preistorici che nel ritirarsi lasciano scoperto un terreno “eredità di secoli di sterco”, oggi abitato da “fantasmi”. L’Autore ci conduce con lentezza dai tempi geologici ai tempi umani, a partire dal cimitero per arrivare alla vita: una chiara, decisa e inequivocabile scelta di prospettiva, attraverso cui noi lettori siamo invitati a sostare nel cambiamento, ad accettare il continuo vibrare delle cose nel momento in cui accadono; non una descrizione classica, statica, del paesaggio – qualcosa di fatto e finito dentro cui la storia si dispiega – ma una descrizione in continuo movimento, in divenire, sempre ondeggiante tra paesaggio interiore e naturale, tra passato e presente, tra percezione, sentimento e ricordo. E così è tutto questo secondo romanzo di Ocean Vuong, politico e intimo allo stesso tempo.
Norman ci ha fatto notare che il testo stesso si nutre di slittamenti di senso e parole che assumono significati diversi a seconda dei momenti, a partire dalla “gioia” del titolo, in inglese “gladness”, come il nome originario del paese dove si svolge la storia, più tardi ribattezzato Millsap in onore di un ragazzo tornato dalla guerra senza più le braccia (amara ironia e oscuro presagio). Esemplare su questo tema la scena del primo dialogo tra Hai e Grazina, dove il nome del ragazzo dà vita a un comico fraintendimento e, anche qui, all’imposizione di un nuovo nome. In un’intervista Vuong parla del cortocircuito tra parola e suo significato così: “questo è molto vero in America, dove spesso il nome è un inganno”.
I grandi temi della letteratura sono tutti presenti: vita e morte, individuo e consorzio sociale, e naturalmente il potere, perché in definitiva chi è l’imperatore del titolo e su chi comanda? Sarà il tempo (nel senso di Kronos), la morte, il denaro o, più semplicemente ma anche per assurdo, una razza suina, destinata al macello?
E di quale gioia si parla?
Su questo interrogativo abbiamo concluso l’incontro, parlando a ruota libera delle emozioni contrastanti suscitate dal libro, desolazione, conforto, commozione… La gioia qui evocata è qualcosa che si prova nonostante le disavventure e gli affanni della vita, o invece l’atteggiamento attraverso il quale decidiamo di affrontare quanto ci capita nel bene e nel male, o non è forse la condizione stessa dell’essere vivi? A ciascuno la sua risposta.
Infine, noi lettori di biblioteca possiamo rispecchiarci in Hai che legge i libri raccolti dal marito di Grazina e custoditi in una stanzetta nascosta, per lui occasione inaspettata di riconnettersi a un sé passato (lo studente promettente) e di rifiatare lontano dalle logiche richiedenti della società, uno spazio di sopravvivenza e un ponte verso la propria intimità. A questa bibliografia possiamo noi stessi attingere, per calarci ancora meglio nei panni di Hai oppure prendendola come un passaparola da lettore a lettore, propio come accade nei migliori Gdl: Albert Camus, Kurt Vonnegut, Toni Morrison, Fedor Dostoevskij, Virginia Woolf, Yasunari Kawabata ci aspettano.
In conclusione, ci sembra che la discussione intensa e speculativa attivata dal libro di Ocean Vuong possa dare un segnale chiaro della rotta su cui salpa il nuovo GdL. Sappiamo che non è facile, ma vi ringraziamo di esserci stat3.



